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Villa Speranza, l’Anno Santo accanto ai più fragili

La celebrazione nell’Hospice della Cattolica con il vescovo Leuzzi Le voci del presidente Meneghini e del cappellano don Abbate


di Alessandro Filippelli

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Era più probabile trovare i parenti ma, raccolti in preghiera, martedì scorso, a partecipare alla Messa nella cappella dell’hospice Villa Speranza, in via Pineta Sacchetti, c’erano anche loro, i degenti, malati terminali che difficilmente possono alzarsi dal letto. Non volevano però mancare a un appuntamento così importante: il Giubileo dell’hospice dell’Università Cattolica del Sacro Cuore di Roma. «Il Vangelo di Giovanni – spiega nell’omelia il vescovo Lorenzo Leuzzi, incaricato del Centro per la pastorale sanitaria della diocesi – ricorda che dopo il tradimento di Giuda era notte. E questa affermazione, ci vuol far capire che anche il Signore ha voluto vivere e condividere la “notte dell’uomo” e ciò -sottolinea il presule – deve essere vissuto come grande gesto della misericordia di Dio. Dio è voluto entrare nella “notte dell’uomo” attraverso i momenti della sofferenza, della malattia e delle difficoltà. Quindi celebrare il Giubileo della Misericordia qui, dove si fa tanto per alleviare la sofferenza e il dolore e la malattia, è davvero il momento più alto in cui noi comunichiamo ai nostri fratelli che Dio è presente a condividere la loro “notte” e quindi il loro momento difficile. E sapere che Dio condivide la “notte” di ciascuno di noi è la grande forza per poter affrontare le difficoltà, avendo nel cuore la certezza che se trasformerà nella gioia della resurrezione». La struttura sanitaria della Cattolica dedicata ai malati oncologici, ma anche a malati terminali cardiopatici o malati di Alzheimer allo stato finale, ospita 30 pazienti e fornisce assistenza a domicilio ad altri 120. «Si tratta di persone – spiega il presidente Pier Francesco Meneghini – entrate nella fase in cui hanno diritto ad accedere alle cure palliative e alla terapia del dolore. Posso dire che c’è davvero bisogno di questo genere di strutture». Tra i pazienti ospitati non ci sono solo quelli di fede cristiana, c’è una particolare attenzione anche per l’aspetto interreligioso: «Qui ci sono persone anche di fede ebrea e musulmana – sottolinea Meneghini -quindi se lo richiedono in momenti difficili come questo possono affidarsi anche al rabbino o all’imam». Villa Speranza, afferma l’assistente spirituale don Carlo Abbate, «è un luogo di vita, perché qui ho celebrato 5 matrimoni, 7 cresime, 2 prime comunioni e un battesimo di degenti. Qui si toccano le corde più alte della vita, si tocca l’Ecce Homo. Si vive in una dimensione dove non ci sono più filtri. Ti guardi negli occhi con i pazienti che trasmettono emozioni che sono più eloquenti delle parole. Questi sono davvero incontri della verità». Fondamentale è il lavoro dei volontari che assistono e tengono quotidianamente compagnia ai degenti, insieme a medici e psicologi: «Accompagnare e assistere una persona in questi momenti? Non c’è un copione, non c’è una regola – afferma Franco, volontario -. Si vive di volta in volta a seconda del rapporto che si è instaurato con loro. Ma qui non si tratta di accompagnare una persona alla fine della sua vita, io preferisco utilizzare l’espressione “esser presenti”, essere quindi vicini a loro anche nel silenzio».